Ogni giorno 35 bambini vengono uccisi a Gaza, scrive un editoriale di Lancet del 24 maggio, per un totale di 18 mila bambini morti fino a oggi. Gaza ha la più grande coorte di bambini e bambine amputate, oltre a coloro che muoiono e moriranno di fame, non per carestia, ma per l'impossibilità di accedere agli aiuti umanitari. «La fame non può essere un’arma di guerra, né una moneta di contrattazione».
È quanto si legge in una nota dell'Associazione culturale pediatri (Acp): «Il 25 maggio scorso un bambino palestinese di quattro anni, Mohammed, è morto di fame a Gaza. Mohammed non è morto di carestia per cause naturali, ma in un posto dove si è deciso di non far arrivare il cibo attraverso gli aiuti umanitari. A distanza di poche ore di tempo, una mamma e collega pediatra palestinese, Alaa al-Najjar, di turno all’ospedale Nasser di Khan Yunis, uno dei pochi attivi a Gaza, si è vista arrivare i corpi dei suoi nove figli colpiti da un bombardamento israeliano e il suo unico figlio sopravvissuto versa in condizioni critiche.L’enormità di questi accadimenti – scrive la presidente, Stefania Manetti, insieme con i vertici dell'Associazione - ci sovrasta e ci sentiamo inermi».
«Dobbiamo comunicare la nostra indignazione come madri e padri, come pediatri che si prendono cura delle bambine e dei bambini e delle loro famiglie» prosegue la nota. «Il nostro appello, insieme a quello di altre Istituzioni e Associazioni, speriamo venga accolto – auspicano i pediatri Acp - affinché la negazione dei diritti umani e la totale assenza di protezione nei confronti delle bambine e dei bambini di finisca al più presto. La distruzione del popolo palestinese avrà enormi ripercussioni sulle generazioni a venire, sui figli e sui nipoti dei bambini che sopravviveranno a tutto questo».
«Non possiamo tacere – conclude la nota Acp - perché i bambini non sono nemici e affinché gli aiuti umanitari non siano un’arma.
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