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Prevenzione
Uno screening per la malattia renale cronica. Dopo il successo di Bari, al via progetto in 20 Asl
Redazione
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Usare gli indicatori di danno renale precoce, come l’eGFR e l’ACR, come metodica di screening per la popolazione generale per individuare sul nascere la malattia renale e rallentarne la progressione e, in tal modo, migliorare la qualità della vita dei pazienti e ridurre il carico che queste malattie esercitano sul servizio sanitario nazionale.

Un primo passo in questa direzione è stato svolto con un progetto avviato presso l’Aou Consorziale Policlinico di Bari nel triennio 2021-2024, promosso dalla Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche (FISM), in collaborazione con la Società Italiana di Medicina del Lavoro (SIML) e la Società Italiana di Nefrologia (SIN). 

Il progetto sarà ora esteso a livello nazionale, con il coinvolgimento di oltre 20 aziende sanitarie. 

«L’implementazione di questo progetto, nell’ambito della diagnosi precoce e del monitoraggio di malattie renali misconosciute, assume importanti risvolti anche dal punto di vista terapeutico e prognostico, consentendo di intervenire tempestivamente con azioni correttive mirate (terapia medica e/o modifica degli stili di vita e delle abitudini alimentari), nell’ottica di migliorare la qualità della vita dei pazienti e di ridurre il carico di tali patologie sul servizio sanitario nazionale», afferma Loreto Gesualdo, professore Ordinario di Nefrologia dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e presidente della Federazione Italiana Società Medico-Scientifiche (Fism). 

«L’applicazione su scala nazionale del programma di screening, rivolto ad una fascia di età giovane-adulta per la quale, allo stato delle attuali conoscenze, non sono disponibili esaustivi dati epidemiologici raccolti con rigoroso metodo scientifico, può consentire di individuare determinate classi anagrafiche come target per interventi mirati di prevenzione e tutela della salute globale», aggiunge la presidente Siml Giovanna Spatari. «È fondamentale un approccio multidisciplinare non solo nell’ambito delle cure primarie e specialistiche, ma soprattutto nell’ambito della medicina occupazionale, attraverso l’utilizzo di politiche, programmi e pratiche che integrino la prevenzione dei rischi per la salute e sicurezza per le lavoratrici e i lavoratori nei luoghi di lavoro».

Le malattie renali sono tra quelle per cui esiste un più ampio sommerso.

“Si stima che solo il 10% circa dei pazienti con malattia renale cronica è consapevole di essere malato ed è seguito dal nefrologo. La malattia renale cronica è asintomatica fino ai suoi gradi avanzati per cui la maggioranza dei pazienti non sono consapevoli di avere una nefropatia e in più i parametri per la diagnosi non sono oggi considerati nelle valutazioni generali dello stato di salute», spiega il presidente Sin Luca De Nicola. «A fronte della attuale disponibilità di terapie, tradizionali ed innovative, dimostratisi in grado di rallentare la progressione delle nefropatie alla fase dialitica, al momento l’implementazione è limitata al 10% dei pazienti eleggibili a causa della scarsa identificazione della malattia. Le linee guida raccomandano programmi specifici di screening in tutti i paesi del mondo al fine di identificare e trattare precocemente i pazienti con malattia renale cronica con l’obiettivo di ridurre la progressione della malattia, ed il peso umano, sociale ed economico ad essa correlato», aggiunge.

Il progetto è senza precedenti. 

«Un progetto pilota che nasce dall'esperienza e dalla competenza dei professionisti del Policlinico di Bari e diventa un modello di riferimento nazionale, è per noi motivo di grande orgoglio. L’approccio multidisciplinare anche alla sorveglianza sanitaria dei lavoratori rappresenta un’innovazione importante in tema di prevenzione», dichiara Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari. 

«Auguro che il progetto sviluppato al Policlinico di Bari possa realizzarsi nelle altre aziende sanitarie pubbliche per poi essere esteso a tutti i lavoratori di tutte le aziende sanitarie e non, pubbliche e private», afferma il senatore Ignazio Zullo, membro della X Commissione permanente Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale del Senato. «
Se però è agevole l'attuazione di uno screening in un'azienda sanitaria pubblica peraltro anche universitaria vocata alla ricerca, l'estensione dello screening in altre aziende, soprattutto non sanitarie, va pianificata con dovizia di particolari che devono tenere conto dei costi a carico dei datori di lavoro, dell'adesione dei lavoratori, del coinvolgimento non solo dei medici competenti ma anche dei medici di medicina generale che non dimentichiamo sono i tutori della salute degli assistiti e devono assumere in carico per il proseguo degli affinamenti diagnostici e terapeutici i lavoratori che risultano positivi allo screening». 

«Abbiamo bisogno di potenziare la prevenzione, perché come i dati dimostrano si può migliorare la qualità della vita delle persone, aggiungere così terapie più efficaci con meno costi per il servizio sanitario nazionale, liberando molti posti letto. È necessario aumentare la percentuale del 5% in prevenzione, in vai settori, come quella sulla patologia cardiocircolatoria e del tumore del polmone che possono essere causa di invalidità e morte e che oggi non rientrano in screening ritenuti necessari», aggiunge l’onorevole Luciano Ciocchetti, vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

«Mantenere i lavoratori in salute è il primo investimento che dobbiamo fare, cominciando col prevenire le patologie che potrebbero insorgere», conclude il presidente Fiaso Giovanni Migliore. «Come Fiaso siamo al fianco delle società scientifiche e quindi della Fism, per rendere più sostenibile possibile la sanità pubblica, investendo in prevenzione. Se vogliamo che i nostri figli godano della salute che conosciamo, dobbiamo investire in prevenzione e continuare con campagne di screening».

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