Rapporto Oasi 2025
Cergas Bocconi: ecco come coprirsi meglio con la “coperta corta” del Servizio sanitario nazionale
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Redazione
Il Rapporto dell’Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano, colloca in cima alla scala delle priorità proprio la decisione su quali siano queste priorità. Tre i miti da sfatare e cinque le sfide che è possibile affrontare subito

Ribilanciamento del personale; aggiornamento delle tariffe per i privati accreditati; procurement più forte e qualificato; digitalizzazione completa e prossimità ibrida tra medici e pazienti; rilancio del ruolo e della mobilità tra Regioni dei direttori generali delle Aziende: sono queste le cinque “sfide governabili” che il Servizio sanitario nazionale può affrontare subito, secondo il Rapporto dell’Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano (Oasi), pubblicato dal Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale (Cergas) della Sda Bocconi School of management. Il Rapporto è stato presentato mercoledì 3 dicembre a Milano.

Il documento, sostiene Francesco Longo, responsabile scientifico del Rapporto OASI, «invita alla consapevolezza: in un Paese che invecchia e che vede restringersi la propria base demografica attiva, il Ssn deve abbandonare le narrazioni rassicuranti e assumere il coraggio delle scelte. Definire chi viene prima, con quali servizi e con quale intensità assistenziale non significa ridurre l’universalismo, ma proteggerlo. È l’unica strada per generare valore, ridurre le disuguaglianze e progettare un Ssn capace di affrontare le sfide dei prossimi decenni».

Universalismo sostenibile: la sfida che attende il Ssn

Al centro del dibattito sulla sanità pubblica italiana si impone dunque, secondo il Rapporto, una questione cruciale: come preservare l’universalismo del Servizio sanitario nazionale in un contesto di risorse limitate e bisogni crescenti. Il Rapporto invita a riconoscere che un sistema realmente universale non può limitarsi a inseguire la domanda, ma deve imparare a governarla, superando tre narrazioni ormai insufficienti, cioè “più risorse, più efficienza, meno liste d’attesa” che offrirebbero risposte solo parziali. L’urgenza, sostiene l'Osservatorio, è fissare priorità vere, compiendo scelte chiare su che cosa garantire a tutti e con quale intensità.

La sostenibilità richiederebbe perciò una riallocazione delle risorse: meno piccoli ospedali poco sicuri e costosi, maggiore concentrazione dei reparti, più efficienza nelle grandi strutture. Parallelamente, occorrerebbe tutelare prima chi ha bisogni più intensi, urgenti e complessi, definire percorsi per chi non è prioritario e integrare in modo trasparente spesa pubblica e privata. 

Il Rapporto descrive un Ssn sotto pressione, segnato da dinamiche demografiche che riducono la base contributiva e aumentano la richiesta di cura. Le nascite continuano a calare mentre gli over 65 crescono, così come la non autosufficienza. La forza lavoro sanitaria si ridurrà nei prossimi decenni, aggravando tensioni già evidenti. A ciò si sommano quattro segnali che mostrano un sistema in difficoltà nel definire priorità: prescrizioni superiori alla capacità di erogazione, non autosufficienza non supportata adeguatamente, persistenti disuguaglianze territoriali e un utilizzo dei servizi sanitari che varia in modo ingiustificato tra le Regioni.

In un quadro così complesso, la politica sanitaria, secondo il documento, tende a non esprimere priorità esplicite, aprendo uno spazio di autonomia gestionale per i manager del Ssn. Da qui nasce una “doppia agenda”: una visibile, legata a obiettivi immediatamente misurabili e al dibattito pubblico, e una strategica, meno esposta, ma fondamentale per gli esiti di salute. Quest’ultima richiede la capacità di riorganizzare l’offerta, ridurre le variabilità ingiustificate, accelerare sulla digitalizzazione e orientare risorse e attenzione ai pazienti più fragili.

«In questo spazio di autonomia – interviene ha dichiarato Alberto Ricci, coordinatore del Rapporto - i manager possono e devono utilizzare tutte le finestre di opportunità per esercitare una responsabilità più profonda: interpretare i compromessi che la politica non esplicita, decidere quali servizi potenziare per primi, governare la domanda oltre che l’offerta e costruire reti professionali capaci di sostenere innovazioni che non dipendono dalle scadenze del ciclo politico. La doppia agenda diventa così lo strumento con cui il management può tutelare la sostenibilità dell’universalismo – aggiunge - assicurando che le risposte prioritarie arrivino a chi ha davvero più bisogno, anche quando il dibattito pubblico guarda altrove».

L’universalismo, conclude dunque il Rapporto Oasi 2025, non è in discussione: ciò che deve cambiare è il modo di renderlo sostenibile, assumendo il coraggio di scegliere che cosa garantire a tutti, prima e meglio.


 

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